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Carlo Gioja, Portfolio Manager e Head of Asia Business Development, Plenisfer Investments SGR
Con i primi sei mesi del 2025 ormai alle spalle, è il momento dei bilanci di metà anno, anche per la Cina.
Nel primo semestre il PIL cinese è cresciuto del 5,3%[1] rispetto allo stesso periodo del 2024, in linea con il target fissato dal governo. Parallelamente, il deficit si è assestato al 4%1 del PIL, il valore più ampio degli ultimi trent’anni, dato che sembra confermare la volontà del governo di sostenere con decise politiche industriali il ciclo economico.
Pechino ha, inoltre, annunciato nei giorni scorsi un surplus commerciale record di circa 586 miliardi di dollari, con le esportazioni che a giugno sono tornate a crescere del 5,8% rispetto all’anno precedente1, battendo le stime degli analisti. E nonostante i dazi al momento fissati al 55%1, il surplus della Cina nei confronti degli USA si è ampliato nel semestre a 114,77 miliardi di dollari, rispetto ai 98,94 miliardi dell’anno precedente1, anche in questo caso superando le aspettative di mercato. Un chiaro indicatore della resilienza delle imprese cinesi: il “decoupling” resta un processo lungo, e in molte aree tecnologiche la dipendenza globale dalla Cina rimane strutturale.
È questo, in sintesi, il bilancio di metà anno della Cina. Ma per valutare la reale traiettoria del Paese e la portata dell’evoluzione in atto, è indispensabile andare oltre i numeri. Ed è dietro ai numeri che emerge un nuovo paradigma cinese.
Il nuovo paradigma cinese
La parabola dei ciechi e l’elefante – in cui ognuno tocca una parte diversa dell’animale e ne trae una descrizione parziale e contraddittoria – si presta da sempre a descrivere la Cina: un paese immenso, complesso, frammentato nelle sue percezioni e sfuggente a ogni lettura univoca.
Oggi più che mai, cogliere il senso della trasformazione cinese significa osservare contemporaneamente le sue contraddizioni: la crisi del mattone e l’ascesa dell’high-tech, l’apparente debolezza dei consumi e l’affermazione di modelli di business innovativi, le tensioni geopolitiche e la forza dirompente di settori industriali leader, la crisi fiscale dei governi locali e le ambizioni di crescita guidata dall’innovazione.
La crisi immobiliare, che continua a rappresentare un enorme freno alla crescita (con un impatto stimato di circa -2% sul PIL del 20251), domina oggi la narrativa macroeconomica sul Paese. Il settore, che ancora rappresenta circa un quarto dell’economia cinese, sta vivendo una contrazione profonda e strutturale: gli investimenti in immobilizzazioni stanno calando a ritmi superiori al 10% annuo[2], con effetti molto rilevanti su occupazione e fiducia, salari e consumi. A livello macro, il lungo ciclo di ristrutturazioni e deleveraging immobiliare continuerà a deprimere gli indicatori per ancora diversi anni.
Allo stesso tempo, sotto la superficie di questa crisi si stanno ridistribuendo le risorse verso settori più dinamici e ad alto valore aggiunto. Da anni ormai, una quota crescente degli investimenti si riversa in manifattura avanzata, veicoli elettrici, robotica e intelligenza artificiale. I risultati cominciano a diventare visibili: nel 2025, la Cina rappresenta quasi due terzi delle vendite globali di veicoli elettrici, e controlla oltre il 60% della capacità produttiva mondiale di batterie e più della metà della capacità installata di pannelli solari[3]. E non solo: secondo le stime di settore, quest’anno la Cina produrrà più della metà dei robot umanoidi, mantenendo la leadership mondiale nel mercato della robotica industriale3.
Questa rivoluzione industriale silenziosa avviene spesso lontano dai radar degli investitori internazionali, in gran parte focalizzati sulle narrazioni geopolitiche o sulle fragilità macro. Ma parlando con operatori locali emerge una realtà più sfaccettata: rispetto allo scorso anno, il trauma del Covid sembra più lontano nella memoria collettiva, anche se le prospettive variano sensibilmente a seconda dei settori.
La sanità è un altro ambito da osservare attentamente: la Cina oggi già conduce oltre un terzo delle sperimentazioni cliniche oncologiche globali e ha quasi eguagliato gli USA per numero di nuovi farmaci innovativi in sviluppo1. L’intelligenza artificiale è già ampiamente adottata nella maggior parte degli ospedali, con piattaforme come DeepSeek applicate a diagnostica, gestione pazienti e in alcuni casi, decisioni cliniche.
Consumi: evoluzione in corso
Pur restando ancora deboli rispetto al passato, anche sul fronte dei consumi è in atto un cambiamento.
Il valore percepito dei marchi domestici è in netto aumento. Emblematico il caso di Mao Geping, brand di cosmetica di lusso ispirato all’iconografia imperiale cinese, che attira code nei mall più prestigiosi del Paese: la bellezza è reinterpretata secondo codici culturali nazionali, e i riferimenti qualitativi non sono più francesi o giapponesi, ma cinesi.
Il consumo si sposta verso l’esperienza e la salute: ristorazione, sport, wellness, intrattenimento, formazione. Il tutto favorito da infrastrutture logistiche e digitali eccellenti, che abilitano l’accesso a nuovi servizi anche nei centri minori, dove il potenziale di crescita del consumo è spesso maggiore. I tassi di urbanizzazione, nonostante la contrazione degli investimenti immobiliari, sono ancora in crescita, e questo trend strutturale contribuisce a guidare nuove abitudini di consumo. Con digital wallet utilizzati da oltre il 95% degli utenti[4], la Cina resta il più grande e competitivo mercato online al mondo. Le vendite al dettaglio crescono, anche se il prezzo medio cala per effetto della competizione e delle pressioni deflattive generate dalla guerra commerciale in corso[5].
Mercato azionario: opportunità selettive
In questo contesto, il governo cinese ha rafforzato l’impegno a sostenere il mercato azionario domestico, obbligando i grandi investitori istituzionali a incrementare del 10% annuo per tre anni l’allocazione in azioni onshore, con le assicurazioni chiamate a destinare il 30% dei nuovi premi a tale scopo1.
Governo e Partito in Cina continuano ad abbracciare alcuni elementi dell’economia pianificata, ma al tempo stesso sostengono la concorrenza di mercato e credono nell’innovazione come leva per aumentare la produttività. Il successo di questo approccio dipende in buona parte dalla capacità di Pechino di gestire l’equilibrio tra controllo centrale e iniziativa locale: i governi locali, infatti, sono spesso riluttanti ad abbandonare i propri campioni industriali non solo per proteggere posti di lavoro, ma anche perché i loro incentivi economici sono strettamente legati al successo di queste imprese.
E nonostante i dazi americani, molti settori in cui la Cina è dominante per costi e scala – batterie, componenti elettronici, macchinari, calzature, pannelli solari – restano competitivi anche con barriere all’ingresso più alte.
Nonostante ciò, il capitale internazionale resta prevalentemente speculativo: anche dopo l’“Effetto DeepSeek” di inizio anno, gli investitori di lungo termine non sono ancora rientrati con decisione. Un mercato dominato da partecipanti speculativi tende a essere più volatile e meno efficiente nel valutare il potenziale delle aziende migliori. Per questo, le attuali valutazioni offrono in alcuni casi ottime opportunità di partecipare a rivalutazioni future.
La Cina può sembrare un enigma dalle molte facce, difficile da comprendere con un singolo sguardo. Ma proprio nella complessità del suo ecosistema produttivo, tecnologico e culturale si nascondono opportunità selettive per l’investitore paziente e consapevole.
[1] Fonte: Bloomberg
[2] Fonte: KPMG China Economic Monitor (2025)
[3] Fonte: International Energy Agency, International Federation of Robotics
[4] Fonte: Research and Markets
[5] Fonte: National Bureau of Statistics
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