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Marco Mencini, Head of Research, Plenisfer Investments SGR
Per oltre un decennio i mercati delle commodity sono stati letti attraverso due lenti: la domanda e la geopolitica. La prima spiegava le prospettive di crescita dei consumi; la seconda gli shock dell'offerta. L'invasione dell'Ucraina, gli attacchi nel Mar Rosso e, più recentemente, il conflitto tra Israele e Iran hanno ulteriormente rafforzato questa narrativa, inducendo il mercato a considerare ogni nuova crisi come il possibile innesco di una fase di scarsità strutturale.
Negli ultimi mesi è però emerso un elemento che merita una riflessione diversa. Non perché il contesto internazionale sia diventato meno instabile, ma perché la capacità del sistema di adattarsi agli shock si è dimostrata superiore a quanto il mercato fosse disposto a riconoscere. Le catene di approvvigionamento si sono riorganizzate, nuovi flussi commerciali hanno sostituito quelli interrotti e, nella maggior parte dei casi, gli scenari più estremi non si sono materializzati.
Questo non significa che la geopolitica abbia perso rilevanza. Significa piuttosto che gli shock tendono a modificare soprattutto il profilo di volatilità di breve periodo, mentre le prospettive di lungo termine dipendono sempre più da fattori strutturali. Il tema centrale non sembra più essere la possibilità che il mondo rimanga senza petrolio, senza rame o senza uranio. La domanda che investitori e imprese dovrebbero farsi è diversa: il sistema industriale sarà in grado di aumentare l'offerta con la stessa velocità con cui cresce la domanda di energia e materie prime?
Per molti anni il dibattito si è concentrato sulla disponibilità delle risorse naturali, mentre oggi il vero fattore limitante è la capacità di trasformarle in produzione. Sviluppare un nuovo giacimento petrolifero, aprire una miniera o aumentare la produzione di combustibile nucleare richiede tempi lunghi, capitale, competenze e un contesto regolatorio sempre più complesso. Dopo oltre un decennio di mancati investimenti in nuovi siti di estrazione, ricostruire la base industriale rappresenta una sfida ben diversa dal semplice sfruttamento delle risorse esistenti.
Questa trasformazione coincide inoltre con un cambiamento altrettanto profondo nel modello di crescita globale. Per molti anni si è ritenuto che la digitalizzazione avrebbe progressivamente ridotto il peso degli asset fisici, favorendo un'economia sempre più immateriale. La diffusione dell'intelligenza artificiale sta invece mostrando il fenomeno opposto. Ogni data center richiede energia, reti elettriche, sistemi di raffreddamento, metalli industriali e infrastrutture. La rivoluzione digitale non riduce il fabbisogno di commodity: ne aumenta l'importanza economica.
Secondo l'International Energy Agency (IEA), il consumo elettrico dei data center potrebbe più che raddoppiare entro il 2030[1], trainato principalmente dall'espansione dell'intelligenza artificiale. Una crescita di questa portata implica investimenti significativi non soltanto nella capacità di generazione, ma anche nelle reti elettriche, nei trasformatori e nelle infrastrutture necessarie a sostenere nuovi carichi energetici.
È in questo contesto che petrolio, rame e uranio appartengono a mercati profondamente diversi, eppure raccontano la stessa trasformazione. Una storia nella quale la disponibilità delle risorse è soltanto il punto di partenza, mentre Il vero tema è la capacità dell’economia di investire abbastanza da sostenere una domanda destinata a crescere per molti anni.
Il petrolio e la fine della narrativa della scarsità
Negli ultimi anni il petrolio è stato il principale indicatore della fragilità dell'economia globale. Ogni crisi geopolitica è stata accompagnata dall'aspettativa che il mercato potesse trovarsi di fronte a una nuova emergenza energetica, con conseguenze permanenti sull'equilibrio tra domanda e offerta. L'invasione dell'Ucraina prima e le tensioni in Medio Oriente poi hanno rafforzato questa convinzione, alimentando i timori di una nuova fase di scarsità strutturale sul mercato petrolifero.
L'evoluzione degli eventi ha seguito un percorso diverso.
Le recenti tensioni nello Stretto di Hormuz hanno rappresentato un test importante per verificare la tenuta del sistema energetico globale. Lo Stretto continua, infatti, ad essere uno dei principali snodi del commercio mondiale di greggio e gas naturale liquefatto e un'eventuale interruzione dei traffici avrebbe potuto avere conseguenze rilevanti sull'economia globale. Tuttavia, anche in questa occasione, il mercato ha mostrato una capacità di adattamento superiore alle attese. Le esportazioni iraniane hanno continuato a raggiungere i mercati asiatici attraverso canali alternativi, altri produttori hanno compensato parte delle possibili riduzioni dell'offerta e il premio per il rischio incorporato nei prezzi si è gradualmente ridimensionato.
La lezione che emerge da questi episodi va oltre il semplice andamento del prezzo del petrolio. Le crisi geopolitiche continuano a influenzare il mercato, ma incidono meno di quanto avvenisse in passato sugli equilibri strutturali dell'offerta. Gli shock vengono assorbiti attraverso una riallocazione dei flussi commerciali, una maggiore flessibilità logistica e la presenza di capacità produttiva inutilizzata in alcuni dei principali Paesi esportatori. Secondo la IEA, i Paesi OPEC+ dispongono di circa 5-6 milioni[2] di barili al giorno di capacità inutilizzata, concentrata principalmente in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Questo margine costituisce un importante fattore di stabilizzazione del mercato e contribuisce a ridurre il rischio che tensioni geopolitiche di breve periodo si traducano automaticamente in una crisi strutturale dell'offerta.
Di conseguenza, l'attenzione degli operatori sta tornando verso i fondamentali. Se negli ultimi anni la questione principale era quanto petrolio potesse venire improvvisamente a mancare, in questo contesto diviene sempre più rilevante capire quanto petrolio potrà invece tornare sul mercato. La capacità inutilizzata degli Emirati Arabi Uniti, il possibile incremento delle esportazioni iraniane e, nel medio termine, il graduale recupero della produzione venezuelana delineano uno scenario nel quale l'offerta potrebbe crescere più rapidamente di quanto il consenso si aspetti.
Questo non implica necessariamente un mercato strutturalmente ribassista. Significa però che la volatilità potrebbe ridursi nel tempo, perché il prezzo tornerebbe a riflettere prevalentemente i fondamentali piuttosto che gli scenari estremi associati alle tensioni geopolitiche.
Il cambiamento riguarda anche le strategie delle grandi compagnie energetiche. Negli ultimi anni molte società hanno privilegiato la disciplina finanziaria e la remunerazione degli azionisti rispetto allo sviluppo di nuova capacità industriale, nella convinzione che la transizione energetica avrebbe sempre più ridotto il fabbisogno di combustibili fossili. Oggi questa prospettiva appare meno lineare. La crescente attenzione alla sicurezza energetica e alla solidità delle catene di approvvigionamento sta riportando gli investimenti upstream al centro delle strategie industriali. Dopo il forte ridimensionamento seguito al crollo dei prezzi del 2014-2015 e alla pandemia, gli investimenti nello sviluppo di nuova capacità estrattiva stanno tornando a crescere, ma rimangono inferiori ai livelli necessari per sostenere un significativo aumento dell'offerta nel lungo periodo, soprattutto al di fuori del Medio Oriente.
Il petrolio diventa così il primo esempio di un cambiamento destinato a estendersi ben oltre il settore energetico. Il vero fattore limitante non è più la disponibilità della risorsa, ma la propensione a investire lungo l'intera filiera produttiva. È una dinamica che ritroviamo, con caratteristiche differenti ma sorprendentemente simili, anche in altri mercati strategici come il rame e l'uranio, dove il tema centrale non è la scarsità della materia prima, bensì la difficoltà di aumentare l'offerta nei tempi richiesti dalla nuova economia globale.
Rame e uranio: il vero vincolo è la capacità produttiva
Se il petrolio mostra come il mercato stia superando una lettura esclusivamente geopolitica delle commodity, il rame e l'uranio evidenziano un cambiamento ancora più profondo. In entrambi i casi il principale elemento di incertezza non riguarda tanto l'evoluzione della domanda – sostenuta da trend ormai ampiamente riconosciuti – quanto la possibilità del settore di aumentare l'offerta in tempi compatibili con la crescita dei consumi.
È una differenza sostanziale. Per molti anni il dibattito sulle materie prime si è concentrato sui consumi: la crescita della Cina, la transizione energetica, l'elettrificazione dei consumi. Attualmente, invece, il vero collo di bottiglia si sposta sul lato dell'offerta. Dopo oltre un decennio di disciplina del capitale, sviluppare nuova capacità industriale è diventato un processo più lungo, costoso e complesso, condizionato da vincoli regolatori, ambientali e geopolitici che rallentano l'intero ciclo degli investimenti.
Il rame è probabilmente il caso più emblematico. La crescita della richiesta è sostenuta da fattori ormai strutturali – reti elettriche, mobilità elettrica, data center e infrastrutture – ma è l'offerta a mostrare i limiti maggiori. Le grandi miniere sono mediamente più mature, la qualità dei giacimenti tende a diminuire e mettere in produzione nuovi progetti richiede tempi che possono facilmente superare il decennio. Non sorprende quindi che molte società minerarie preferiscano acquisire giacimenti esistenti piuttosto che svilupparne di nuovi: una scelta che riflette non solo valutazioni finanziarie, ma soprattutto la crescente difficoltà di aumentare rapidamente la capacità produttiva. Secondo S&P Global, il tempo medio necessario per portare una nuova miniera dalla scoperta alla produzione supera ormai 16 anni[3], evidenziando quanto sia difficile aumentare rapidamente l'offerta anche in presenza di prezzi elevati e di una richiesta crescente. La stessa IEA stima che, nello scenario di piena implementazione degli obiettivi climatici, la domanda di rame possa aumentare di oltre il 40% entro il 2040[4], mentre lo sviluppo di nuovi progetti minerari procede con ritmi significativamente inferiori.
Una dinamica simile caratterizza anche il mercato dell'uranio. Il ritorno del nucleare nel dibattito energetico non è più legato esclusivamente agli obiettivi di decarbonizzazione, ma risponde sempre più alla necessità di garantire una produzione stabile di elettricità in un contesto di domanda crescente. Stati Uniti, Cina, India e numerosi Paesi europei stanno rivalutando il ruolo dell'energia nucleare come componente essenziale di un sistema elettrico più resiliente. Tuttavia, anche in questo caso, espandere la produzione richiede tempi lunghi, allocazione di capitali significativi e una pianificazione che si misura in anni, non in trimestri.
Pur appartenendo a mercati profondamente diversi, petrolio, rame e uranio condividono quindi la stessa caratteristica: la disponibilità delle risorse naturali non rappresenta il principale limite. Il vero vincolo è la possibilità di trasformare tali risorse in produzione attraverso investimenti, infrastrutture e capacità industriale.
Questa osservazione modifica profondamente anche il modo di interpretare il ciclo delle commodity. Più che assistere a una fase di scarsità legata agli shock geopolitici, potremmo trovarci all'inizio di un ciclo nel quale il fattore determinante sarà la ricostruzione della capacità di produzione dopo anni di investimenti insufficienti. In altre parole, la nuova scarsità riguarda il capitale industriale molto più delle risorse naturali.

L'intelligenza artificiale e il ritorno degli asset reali
Se la capacità industriale è il tema strutturale delle commodity, l'intelligenza artificiale rischia di amplificarne ulteriormente la rilevanza.
Per anni abbiamo immaginato l'economia digitale come un'alternativa all'economia materiale. L'intelligenza artificiale dimostra invece che le due dimensioni sono inseparabili. Più aumenta la capacità di calcolo, più cresce il fabbisogno di energia, reti, metalli e infrastrutture. La rivoluzione digitale non sostituisce il capitale industriale: ne aumenta il valore strategico.
Ogni nuovo modello di AI richiede capacità di calcolo crescente e, di conseguenza, infrastrutture sempre più complesse. Dietro ogni data center si sviluppa una necessità significativa di energia elettrica, reti di trasmissione, trasformatori, sistemi di raffreddamento e materiali industriali. La crescita dell'economia digitale genera una crescita dell'economia reale, perché ogni incremento della capacità di elaborazione richiede un'espansione della produzione lungo tutta la filiera energetica e industriale.
Per molti anni la transizione energetica è stata interpretata come un processo di sostituzione: meno combustibili fossili, più energie rinnovabili; meno economia materiale, più economia digitale. La realtà appare dunque più complessa. La trasformazione tecnologica non elimina il bisogno di asset reali, ma ne modifica il ruolo, rendendoli ancora più strategici. La sfida non consiste soltanto nel produrre energia a basse emissioni, ma nel garantire una capacità sufficiente a sostenere consumi destinati a crescere per molti anni.
È probabilmente questo il cambiamento più sottovalutato dai mercati. L'intelligenza artificiale non descrive soltanto una rivoluzione tecnologica: rappresenta anche l'inizio di una nuova stagione di sviluppi industriali. Centrali elettriche, miniere, reti di trasmissione e infrastrutture tornano così a occupare una posizione centrale, perché senza di esse la crescita dell'economia digitale semplicemente non sarebbe possibile.
Il prossimo ciclo sarà guidato dagli investimenti
Le commodity hanno sempre accompagnato le grandi trasformazioni economiche. Nel nuovo contesto, tuttavia, il loro ruolo sta cambiando. Se negli ultimi anni il mercato ha concentrato l'attenzione soprattutto sugli shock geopolitici e sulle oscillazioni della domanda, il prossimo ciclo potrebbe essere determinato da un fattore diverso: la capacità di investire abbastanza rapidamente da sostenere una crescita sempre più energivora e infrastrutturale.
Per gli investitori questo implica un cambiamento di prospettiva. Più che cercare di anticipare i movimenti di breve periodo dei prezzi, sarà sempre più importante individuare le imprese che dispongono delle competenze, del capitale e della capacità di esecuzione necessari per beneficiare di questa nuova fase di investimenti. Il valore potrebbe spostarsi dall'accesso alle risorse alla capacità di svilupparle, premiando quei modelli di business in grado di coniugare competenze industriali, disciplina finanziaria e capacità di esecuzione.
Più che un nuovo superciclo delle commodity, il prossimo ciclo sarà un ciclo di investimenti industriali. Per molti anni gli investitori si sono chiesti quali commodity sarebbero diventate obsolete nell'economia digitale. Oggi la questione appare ribaltata: quali materie prime saranno indispensabili per renderla possibile? È probabilmente questo l’interrogativo che guiderà il prossimo ciclo degli investimenti.
[1] Fonte: IEA – Energy and AI (2025)
[2] Fonte: IEA – Oil Market Report (2025)
[3] Fonte: S&P Global, The Future of Copper (2022)
[4] Fonte: IEA, Global Critical Minerals Outlook 2024
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