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Comunicazioni di marketing per investitori professionali in Italia.
Prima di prendere qualsiasi decisione di investimento, si prega di leggere il Prospetto Informativo e i relativi KID.
Giordano Lombardo, Founder, CEO e Co-CIO Plenisfer Investments SGR
Con il 2025 si è chiuso il sesto anno dalla fondazione di Plenisfer e il lancio del primo fondo, nel maggio del 2020. In termini di risultati possiamo affermare di aver onorato fino ad ora gli impegni presi con i nostri investitori[1]:
Le performance passate non sono indicative delle performance future.
Tutti i nostri fondi hanno quindi consegnato fin dal 2020 risultati positivi e coerenti o superiori ai rispettivi obiettivi di investimento:
Ma non sono solo i risultati in termini di performance a renderci orgogliosi. Riteniamo che il progetto Plenisfer, inteso come modello innovativo di gestione attiva, liquida e svincolata dai benchmark abbia retto alla prova dei fatti in questi cinque anni e mezzo che hanno visto l’alternarsi di mercati “bull” e “bear”, movimenti significativi in campo valutario e un generale sommovimento nello scenario economico e geopolitico globale. Per questo pensiamo che questo modello di gestione sia oggi più distintivo e rilevante che mai.
A favorire le performance particolarmente positive del 2025 hanno contribuito soprattutto tre fattori:
Quindi oltre alla performance in sé, dobbiamo sottolineare il modo in cui è stata raggiunta, soprattutto nel 2025. Nel caso del fondo multi-strategy, con un portafoglio diversificato, che include oro, azioni e obbligazioni internazionali, small caps, mercati emergenti e commodities, tutte asset class su cui il consenso non era particolarmente positivo. Non abbiamo avuto bisogno di puntare sui cosiddetti “Magnifici 7” o sull’andamento della Borsa americana, che abbiamo ampiamente battuto anche con il fondo multi-strategy, con meno volatilità e una migliore diversificazione.
La “narrativa” di mercato si è concentrata nella prima parte dell’anno scorso soprattutto sulla fine del cosiddetto eccezionalismo americano e nella seconda parte sul boom degli investimenti legati all’Intelligenza Artificiale. Riteniamo tuttavia che il fatto più importante dell’anno sia stata la perdita di valore del dollaro contro tutte le altre valute (tranne lo yen) e soprattutto contro l’oro.
Nonostante l’attenzione verso i titoli dell’AI e della tecnologia USA in generale, è continuato il disinvestimento dagli asset americani e denominati in dollari da parte degli investitori internazionali. La borsa americana ha sotto-performato rispetto alle principali borse mondiali. A causa del deprezzamento della valuta americana, il rendimento dei titoli di stato USA a 10 anni è stato del 9% in $ ma del -4% in euro.
Riteniamo che questi trend potranno continuare anche nel 2026, per motivi che vedremo più avanti.
La performance dell’azionario USA ha riflesso sia l’espansione dei multipli che la crescita degli EPS, nell’anno pari al 12% in USD. L’indice della borsa americana continua ad essere molto concentrato, in termini di capitalizzazione dei componenti, con i cosiddetti Magnifici 7 che rappresentano circa un terzo del totale.
Come abbiamo detto più volte, questo diminuisce il beneficio in termini di diversificazione di un’esposizione azionaria “passiva” o “contro indice” tramite lo S&P 500, o anche il MSCI World. In altri termini, tale esposizione è oggi una scommessa “attiva” sui principali titoli big tech americani.
Il cambio di regime nel contesto globale e il principale rischio macro non “prezzato” dai mercati
Nel 2025 la “rivoluzione” trumpiana in tema di commercio globale e di sconvolgimento delle tradizionali alleanze geopolitiche ha accelerato la transizione verso un cambio di regime nel contesto macro e geopolitico globale.
Il cambio di regime è coinciso con l’inizio dell’attuale decennio: come abbiamo scritto più volte, siamo entrati in un nuovo contesto macro, profondamente differente da quello prevalente nei tre decenni precedenti. Le poderose azioni di stimolo monetario e fiscale conseguenti alla pandemia, le tensioni sui mercati delle commodities derivanti dalla guerra in Ucraina e da ultimo le politiche di Trump, disegnano uno scenario del tutto nuovo.
Uno scenario che rende altamente improbabile che l’inflazione e i tassi di interesse tornino al livello della cosiddetta “nuova normale” precedente.
La combinazione di questi cambiamenti ha quasi certamente messo fine al regime precedente di bassa inflazione, bassi tassi di interesse, crescita globale trainata dagli USA.
Come diciamo spesso, il nostro compito di gestori non è quello di fare previsioni macro, ma di cercare di capire quali fattori “macro” siano scontati o meno nei mercati finanziari e aggiustare i portafogli di conseguenza.
Oggi, pensiamo che il principale rischio macro non “prezzato” dal mercato sia un ritorno dell’inflazione strutturalmente sopra i livelli attuali: per l’aumento del protezionismo e la de-globalizzazione; per l’invecchiamento della popolazione e il suo effetto sul mercato del lavoro; per la domanda politica di redistribuzione della quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori dopo decenni di calo di tale quota.
Inoltre, a rafforzare le dinamiche inflazionistiche nel breve termine ci sono le politiche fiscali e monetarie dei principali paesi negli Stati Uniti, in Europa e in Asia, che vanno tutte nella direzione di una maggiore reflazione.
Politiche fiscali espansive per stimolare la crescita dei consumi e degli investimenti delle imprese sono solitamente accompagnate da politiche monetarie restrittive, di controllo delle spinte inflazionistiche. Non pare questo lo scenario in cui siamo oggi, in cui a politiche fiscali espansive si accompagnano politiche monetarie che si preannunciano a loro volta fortemente espansive (USA) o al più neutrali (Europa e Cina).
Intelligenza Artificiale: investire con moderato scetticismo
Cosa potrebbe giocare in senso contrario rispetto alle dinamiche inflazionistiche sopra riportate? Il principale effetto deflazionistico potrebbe essere prodotto dagli aumenti di produttività derivanti dalla rivoluzione dell’AI.
Il tema dell’AI ha dominato l’attenzione dei mercati fin dal lancio di Chat GPT verso la fine del 2022. Da novembre 2022 la Borsa americana ha visto una crescita di 30 trilioni di dollari (fonte Bloomberg) nella capitalizzazione di mercato, la più veloce e più grande creazione di ricchezza nella storia.
Negli ultimi tre anni il mercato azionario ha premiato generosamente gli annunci di investimenti legati all’AI. Nei mesi finali del 2025 però la fase di maggiore eccitazione si è attenuata e sono emersi dubbi circa i futuri ritorni di tali giganteschi piani di spesa. Il dibattito sul tema è tuttavia tuttora in corso. Riteniamo che l’attuale, sia ancora la fase iniziale della formazione di una “bolla” che potrebbe proseguire per qualche tempo.
Le preoccupazioni maggiori riguardanti la spesa in conto capitale (“capex”) in AI sono tre: la sua dimensione assoluta; l’uso della leva per finanziarla; il finanziamento di natura circolare. Su tutti e tre questi punti ci sono forti argomenti pro e contro.
A chi fa notare che la dimensione assoluta della spesa preannunciata non ha precedenti storici, si risponde che essa riflette meramente un aumento strutturale della quota degli investimenti in tecnologia rispetto al totale degli investimenti, un trend già in essere prima dell’avvento di questo ciclo.
A chi si preoccupa del crescente uso del debito per finanziare la spesa in AI (vedi il caso Oracle), si fa notare che il totale delle emissioni di nuovo debito annunciate è ancora modesto rispetto agli stock di debito corporate esistenti. Inoltre, per la maggior parte degli hyperscalers la spesa in conto capitale rimane al di sotto dei normali flussi di cash flow operativi.
Infine all’accusa di “finanziamento circolare” tra molte società legate all’AI (per esempio, Nvidia che investe in OpenAI, uno dei suoi maggiori clienti, mentre OpenAI investe in AMD, uno dei concorrenti di Nvidia) si risponde che non si tratta solo di un gioco di specchi. Questi investimenti sono un mix di vendor financing e integrazione verticale, giustificata dal punto di vista industriale dalla necessità di raggiungere la supremazia tecnologica (the winner takes all).
Un’altra preoccupazione degli investitori è l’obsolescenza tecnologica accelerata dei chip usati per l’AI, che non verrebbe adeguatamente contabilizzata dagli operatori. Se il periodo di ammortamento usato è più lungo di quello effettivo, infatti, i profitti legati all’AI risultano gonfiati artificialmente. La risposta a questa obiezione è che d’ora in poi la crescita dei chip sarà sostenuta soprattutto dalla domanda per inferenza e non dalla domanda per il training del modello. Per l’inferenza non è essenziale avere l’ultimo modello più sofisticato di chip. Inoltre, un ciclo di prodotto più veloce implicherebbe anche raggiungere guadagni in termini di produttività più rapidamente.
Dal momento che non è possibile a nostro avviso concludere in modo definitivo se siamo in presenza di una bolla, pensiamo che uno scetticismo moderato, come quello proposto da Howard Marks[2] in una nota dello scorso dicembre (“Is it a bubble?”) sia l’atteggiamento più giusto: “Since no one can say definitely whether this is a bubble, I’d advise that no one should go all-in without acknowledging that they face the risk of ruin if things go badly. But by the same token, no one should stay all-out and risk missing out on one of the great technological steps forward”.
L’approccio che abbiamo adottato nei nostri portafogli è un approccio selettivo, che punta sugli “enablers”, sui beneficiari indiretti dell’investimento in AI (i fornitori di “pale e picconi”), e sulla forte domanda di energia che ne scaturisce: titoli energetici e fornitori di infrastrutture per la trasmissione.
Il set di opportunità attuale: portafoglio “investito” ma diversificato
I punti salienti dello scenario attuale sono i seguenti:
Questa è la situazione del set di opportunità sulle principali asset class:
La prima decisione da prendere con riferimento alle strategie di portafoglio è quindi il livello di rischio complessivo. Qui un paio di esempi storici ci possono aiutare.
Il primo è la formazione della bolla di Internet alla fine degli anni ’90, quando gli investitori sovrastimarono la crescita nel traffico dati e i ritorni per le società coinvolte nel boom del settore TMT (telecom e tecnologia). Gli indici della Borsa USA salirono ai massimi di sempre in termini di valutazione, anche se molte società del settore avevano modelli di business chiaramente non sostenibili.
Era possibile, con il senno di poi, costruire portafogli “robusti” rispetto al formarsi della bolla? Le valutazioni delle large cap americane erano estremamente care, c’erano invece situazioni molto più attraenti per tutta una serie di altre asset class: azioni e obbligazioni dei mercati emergenti, small cap internazionali. Senza contare che i TIPS offrivano allora rendimenti reali del 4%!
Insomma non occorreva ridurre complessivamente l’esposizione verso gli asset rischiosi, ma si poteva costruire un portafoglio ben diversificato di azioni e titoli corporate valutati a prezzi ragionevoli. E questo, senza dover fare alcuna previsione circa il “timing” dello scoppio della bolla, solo accettare per un po' un tracking error più alto rispetto agli indici.
Se passiamo al secondo esempio, la Grande Crisi del 2008, la situazione era differente. Senza entrare nel merito dei motivi della crisi, in quel caso il set di opportunità per gli investitori era del tutto diverso da quello che si presentava alla fine degli anni ’90. Non solo l’azionario USA, ma tutte le azioni mondiali, large cap e small cap, e soprattutto la maggior parte del mercato delle obbligazioni corporate erano ampiamente sopravvalutate.
In altri temini, i loro rendimenti prospettici erano largamente sfavorevoli, con l’unica eccezione della liquidità e dei bond governativi. L’unica scelta che avrebbe “salvato” i portafogli dagli effetti della crisi sarebbe stata una decisiva azione di de-risking di tutto il portafoglio, con una drastica riduzione di tutti gli asset rischiosi, sia azionari che di credito.
Il che ci porta al momento attuale. Siamo convinti che la situazione in termini di opportunità sia molto più simile a quella del 1999 che a quella del 2008. Le valutazioni della Borsa USA in termini di CAPE (cyclically adjusted price earning) sono sopra il livello del 2021 e circa il 10% sotto il picco del 2000.
D’altra parte, si trovano opportunità attraenti nei mercati mergenti sia azionari che obbligazionari, nelle small cap internazionali, e anche nelle large cap, se si guarda fuori dagli Stati Uniti. Molto meno favorevoli sono invece le valutazioni sui mercati del credito, sia investment grade che high yield.
Con questo non vogliamo dire che lo scenario fondamentale della tecnologia sia assimilabile a quello di fine anni ’90. Ci sono somiglianze, ma anche forti differenze. Ma riteniamo che il set di opportunità sia molto simile nei due casi e che la costruzione di portafoglio possa beneficiare di una ampia diversificazione in asset internazionali, mantenendo un livello di rischio complessivo non troppo basso.
Infatti, in caso di eccessiva riduzione del livello di rischio complessivo, “rischiamo” di costruire un portafoglio con un rendimento atteso troppo basso.
Fin dall’inizio abbiamo sostenuto che il rischio non è solo la volatilità del portafoglio, ma la probabilità di non raggiungere i nostri obiettivi nel tempo. Oggi questa definizione appare ancora più attuale. La volatilità è un parametro che intendiamo rispettare. Il rischio vero è non centrare gli obiettivi.
In un contesto di maggiore intensità di capitale, di debiti a livelli record e di rendimenti attesi più compressi, un errore di allocazione, un eccesso di leva o un’adesione passiva ai trend dominanti possono avere conseguenze negative durature.
Sette anni (e un ciclo di gestione) dopo
Sono passati sette anni da quando ci siamo posti una domanda semplice ma decisiva: ha senso creare una nuova società di gestione in un’industria matura, affollata e sotto pressione?
La risposta di allora, condivisa con i cofondatori di Plenisfer, fu una presa di posizione netta. Aveva senso, sì, ma solo a una condizione: dovevamo costruire un’alternativa profondamente diversa dai modelli standardizzati e orientati alla semplice replica dei benchmark che nel tempo avevano finito per prevalere nell’industria.
Avevamo un’ambizione chiara: tornare alle radici della pratica professionale. Non inseguire un indice di riferimento, ma investire con libertà di giudizio, rigore analitico e responsabilità diretta. Non guardare al breve termine, ma lavorare per raggiungere specifici obiettivi, costruendo valore reale e sostenibile nel tempo per tutti gli investitori.
Oggi, guardando al percorso compiuto, e ai risultati raggiunti, abbiamo la consapevolezza di aver tracciato una rotta distintiva. La storia di Plenisfer non è solo la storia di una società di investimento: è la storia di chi crede che le regole possano essere rimesse in discussione, che l’innovazione possa nascere anche in settori tradizionali e che, nel lungo periodo, la disciplina, la coerenza e l’indipendenza generino valore.
Guardo con orgoglio a un’azienda in costante crescita e a un team che ha chiuso con successo il primo ciclo quinquennale di gestione, mentre ripenso alla domanda di sette anni fa. Non solo la risposta resta immutata, ma sono convinto che abbia assunto ancora più rilevanza in un mondo che sta cambiando ancora più velocemente di allora.
Keynes sottolineava come il vero rischio, per un investitore, non sia tanto l’ignoranza quanto l’illusione di sapere. Nei mercati, questa illusione è spesso alimentata da modelli che funzionano molto bene finché il mondo resta immobile.
Oggi, come sette anni fa, pensiamo che in un mondo che sta cambiando sempre più velocemente “quel che ha funzionato bene per quarant’anni, potrebbe non funzionare più”.
È la convinzione che ci ha spinto a ripensare l’approccio alla gestione e a creare una piccola “nave pirata”, solida e flessibile nell’affrontare le tempeste sui mercati, agile e veloce nel cambiare direzione quando serve, e capace di scegliere rotte alternative, e spesso contrarian, a quelle dei grandi transatlantici.
I risultati finora ottenuti, sia in termini di performance che di crescita della società e della fiducia accordataci dagli investitori, ci confermano che l’impostazione diversa che abbiamo fortemente voluto, è solida. Non come esito di una singola intuizione, ma come conseguenza di un processo coerente applicato nel tempo, anche in contesti di mercato molto diversi tra loro.
Questi risultati non li consideriamo un punto di arrivo. Al contrario, sono una responsabilità. La responsabilità di restare fedeli ai principi dichiarati alla nascita di Plenisfer, adattandoli a un mondo che cambia. La responsabilità di continuare a investire come se il capitale fosse nostro, perché in parte lo è. La responsabilità, infine, di mantenere aperto un dialogo onesto e di lungo periodo con chi ha scelto di accompagnarci.
È su queste basi che affrontiamo il prossimo ciclo di gestione. Con rispetto per il rischio, ambizione nei risultati e la stessa convinzione che ci ha guidato sette anni fa: investire non è seguire il mondo così com’è, ma metterlo ogni giorno in discussione, affidarsi a processi solidi e avere il coraggio di essere diversi. Investire non è eliminare l’incertezza, ma scegliere consapevolmente come affrontarla.
[1] Fonte: Plenisfer Investments SGR. Dati al 31/12/2025.
[2] Fonte: Howard Marks, “Is It a Bubble?”, Oaktree Capital Management, memo agli investitori, Dicembre 2025.
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Disclaimer
Comunicazione di marketing rivolta a investitori professionali in Italia. Prima di assumere qualsiasi decisione finale di investimento, si prega di fare riferimento al Prospetto e al KID. Tutti i dati di mercato hanno come fonte Bloomberg.
Destination Value Total Return (“DVTR”) – Obiettivo e Politica di Investimento: Il Fondo mira a conseguire un rendimento totale corretto per il rischio superiore nel corso del ciclo di mercato. Al fine di perseguire gli obiettivi del Fondo, è essenziale realizzare un apprezzamento del capitale nel lungo periodo e la generazione di reddito sottostante, attraverso un orientamento di lungo termine basato sulle valutazioni e sui cicli di mercato. Benchmark: SOFR Index. Il Fondo è gestito attivamente e utilizza il Benchmark ai fini del calcolo della commissione di performance. Il Fondo non utilizza il Benchmark a fini di investimento.
Destination Dynamic Income Total Return (“DDITR”) – Obiettivo e Politica di Investimento: Il Fondo mira a conseguire un rendimento totale corretto per il rischio interessante attraverso l’apprezzamento del capitale e la generazione di reddito nel medio termine. Il Portafoglio è gestito attivamente e non effettua investimenti in relazione ad alcun benchmark; ciò significa che le singole posizioni sono selezionate attivamente sulla base di ricerche e valutazioni specifiche. Sebbene sia gestito attivamente e non utilizzi un benchmark per l’allocazione del portafoglio, il Portafoglio fa riferimento all’Indice €STR ai fini del calcolo della commissione di performance.
Destination Capital Total Return (“DCTR”) – Obiettivo e Politica di Investimento: Il Fondo mira a conseguire un rendimento totale interessante in termini di rischio attraverso l’apprezzamento del capitale nel lungo periodo, con una parziale generazione di reddito, concentrandosi su valutazioni di lungo termine e cicli di mercato. Il Fondo è gestito attivamente e non effettua investimenti in relazione ad alcun benchmark; ciò significa che le singole posizioni sono selezionate attivamente sulla base di ricerche e valutazioni specifiche. Sebbene sia gestito attivamente e non utilizzi un benchmark per l’allocazione del portafoglio, il Portafoglio fa riferimento all’indice MSCI ACWI Net Total Return USD ai fini del calcolo della commissione di performance.
Destinazione Rendimento Total Return (“DRTR”) – Obiettivo e Politica di Investimento: Il Fondo mira a conseguire rendimenti positivi nel medio termine mediante investimenti in strumenti di reddito fisso, seguendo una strategia di gestione attiva senza vincoli di benchmark. Il Portafoglio è gestito attivamente e non effettua investimenti in relazione ad alcun benchmark; ciò significa che le singole posizioni sono selezionate attivamente sulla base di ricerche e valutazioni specifiche. Sebbene sia gestito attivamente e non utilizzi un benchmark per l’allocazione del portafoglio, il Portafoglio fa riferimento a un limite massimo di volatilità annualizzata ex ante pari al 9,00% quale misura di rischio ai fini della gestione.
Non vi è alcuna garanzia che l’obiettivo di investimento venga raggiunto o che vi sia un rendimento del capitale. I comparti non beneficiano di alcuna garanzia di protezione del capitale.
Indicatore sintetico di rischio DVTR e DDITR (Classi R EUR Acc): 3 (rischio medio-basso).
Indicatore sintetico di rischio DCTR (Classe I USD Acc) e DRTR (Classe HD): 4 (rischio medio).
L’indicatore di rischio può variare in base al Fondo e alla classe di azioni; si prega di fare riferimento al Prospetto e al PRIIP KID pertinenti per maggiori dettagli. Per la classificazione SRI di altre classi di azioni disponibili nel Paese di riferimento, si invita a contattare il proprio consulente finanziario.
Principali rischi dei Fondi: rischio di tasso di interesse, rischio di credito, rischio dei mercati emergenti (inclusa la Cina). Non esiste un limite predeterminato all’esposizione ai mercati emergenti; pertanto, il rischio dei mercati emergenti potrebbe risultare elevato in determinati periodi; rischio dei mercati di frontiera, rischio di cambio, rischio di volatilità, rischio di liquidità, rischio connesso all’uso di strumenti derivati, rischio di esposizioni corte, rischio su titoli distressed, rischio su strumenti di debito cartolarizzato, rischio su strumenti di capitale contingente (“CoCo”), rischio azionario, rischio sulle materie prime, titoli soggetti alla Rule 144A / Regulation S. Rischio di perdita del capitale: i Fondi non sono un prodotto garantito. L’investitore potrebbe non ricevere in tutto o in parte l’importo inizialmente investito. Considerate le strategie di investimento che caratterizzano i Fondi, il livello di leva finanziaria atteso può variare fino al 350%, al netto del valore netto complessivo del portafoglio. L’utilizzo della leva finanziaria può aumentare il rischio di perdite potenziali. Il presente elenco dei rischi non è esaustivo. Si prega di fare riferimento al Prospetto e al PRIIP KID pertinenti per maggiori dettagli. Possono verificarsi ulteriori rischi.
(DVTR) Costi: Classe R, Azioni: X EUR Accumulazione (ISIN: LU2185978587, registrata in Italia). Costi una tantum in entrata o in uscita: costi di sottoscrizione: 5% dell’importo versato al momento della sottoscrizione. Tale percentuale rappresenta il massimo applicabile. Costi di uscita: 0%; non è prevista alcuna commissione di rimborso per questo prodotto. I costi di sottoscrizione sono calcolati sulla base del NAV. Costi correnti sostenuti ogni anno: commissioni di gestione e altri costi amministrativi: 1,6% annuo (inclusa commissione di gestione pari all’1,25%). Stima basata sui costi effettivi dell’ultimo esercizio. Costi di transazione: 0,3% annuo del valore dell’investimento. Stima dei costi sostenuti per l’acquisto e la vendita degli investimenti sottostanti; l’importo effettivo varia in funzione dell’attività di negoziazione. Costi accessori applicabili a determinate condizioni: commissione di performance: 0,00%. La commissione di performance è calcolata secondo il meccanismo “High Water Mark con Benchmark di commissione di performance”, con un’aliquota pari al 15,00% annuo del rendimento positivo realizzato oltre il SOFR Index. L’importo effettivo varia in funzione della performance dell’investimento.
(DDITR) Costi: Classe R, Azioni: X EUR Accumulazione (ISIN: LU2597958268, registrata in Italia). Costi una tantum in entrata o in uscita: costi di sottoscrizione: 4% dell’importo versato al momento della sottoscrizione; tale percentuale rappresenta il massimo applicabile. Costi di uscita: 0%; non è prevista alcuna commissione di rimborso. I costi di sottoscrizione sono calcolati sulla base del NAV. Costi correnti sostenuti ogni anno: commissioni di gestione e altri costi amministrativi o operativi: 1,3% annuo (inclusa commissione di gestione massima pari all’1,10%). Stima basata sui costi effettivi dell’ultimo esercizio. Costi di transazione: 0,4% annuo del valore dell’investimento. Costi accessori applicabili a determinate condizioni: commissione di performance: 0,00%. La commissione di performance è calcolata secondo il meccanismo “High Water Mark con benchmark di commissione di performance”, con un’aliquota pari al 15,00% annuo del rendimento positivo oltre l’Indice €STR.
(DCTR) Costi: Classe I, Azioni: X USD Accumulazione (ISIN: LU2717270206, registrata in Italia). Costi una tantum in entrata o in uscita: costi di sottoscrizione: 0%; costi di uscita: 0%. I costi di sottoscrizione sono calcolati sulla base del NAV. Costi correnti sostenuti ogni anno: commissioni di gestione e altri costi amministrativi o operativi: 1,10% annuo (inclusa commissione di gestione massima pari allo 0,75%). Stima basata sui costi effettivi dell’ultimo esercizio. Costi di transazione: 0,10% annuo del valore dell’investimento. Costi accessori applicabili a determinate condizioni: commissione di performance: 0,00%. La commissione di performance è calcolata secondo il meccanismo “High Water Mark con benchmark di commissione di performance”, con un’aliquota pari al 15,00% annuo del rendimento positivo oltre l’indice MSCI ACWI Net Total Return USD. L’importo effettivo varia in funzione della performance dell’investimento.
Le commissioni di gestione e di performance sono calcolate e, ove applicabile, maturate separatamente per ciascuna classe di azioni all’interno di ciascun comparto in ogni giorno di valutazione.
Le valute di riferimento dei comparti sono USD (Destination Value Total Return e Destination Capital Total Return) ed EUR (Destination Dynamic Income Total Return). Qualora la valuta di riferimento del Fondo o della Classe sia diversa dalla valuta dell’investitore, rendimenti e costi possono aumentare o diminuire a causa delle fluttuazioni valutarie e dei tassi di cambio. I costi possono aumentare o diminuire in funzione delle fluttuazioni valutarie.
I costi possono aumentare o diminuire in funzione delle fluttuazioni valutarie e dei tassi di cambio. Il presente elenco non è esaustivo. Possono applicarsi ulteriori costi, che variano in base alla classe di azioni. Prima di assumere qualsiasi decisione di investimento, si prega di leggere il Prospetto e il Documento contenente le Informazioni Chiave (KID), in particolare le sezioni relative ai rischi e ai costi. I documenti sono disponibili alle seguenti pagine web:
Periodo di detenzione raccomandato: 5 anni (DVTR), 4 anni (DDITR), 5 anni (DCTR), 5 anni (DRTR).
Classificazione SFDR: I Fondi promuovono, tra le altre caratteristiche, caratteristiche ambientali o sociali ai sensi dell’Articolo 8 del Regolamento (UE) 2019/2088 relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (“SFDR”). I Fondi non sono classificati come prodotti di cui all’Articolo 9 ai sensi dello SFDR (non hanno come obiettivo investimenti sostenibili). Per tutte le informazioni relative alla SFDR (Sustainable Finance Disclosure), si rinvia all’Allegato B del Prospetto (“documento precontrattuale”). Prima di assumere una decisione di investimento, si invita inoltre a considerare tutte le caratteristiche o gli obiettivi ESG, l’approccio, gli elementi vincolanti e le limitazioni metodologiche contenuti nell’Informativa precontrattuale SFDR, nonché il Summary of Product Disclosure disponibile sul sito web, in lingua inglese o in una lingua ufficiale del Paese di residenza dell’investitore, nella sezione “Sustainability Disclosure” del sito web: https://www.generali-investments.lu/it/en/institutional/sustainability-related-disclosure.
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